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Lucas Niggli - drums/percussion

reviews

Lucas Niggli Drum Quartet: Beat Bag Bohemia - Alla ricerca delle origini arcane del ritmo e del tempo.22.05.2008 / All About Jazz Italy
Lucas Niggli Drum Quartet: Beat Bag Bohemia
Alla ricerca delle origini arcane del ritmo e del tempo.

Beat Bag Bohemia è stato registrato da un gruppo di percussionisti nato all’indomani di un seminario che Niggli tenne a Durban, in Sudafrica. Oltre a lui c’è un altro batterista e percussionista svizzero (Zumithor) e due sudafricani, incontrati proprio nel corso dell’esperienza didattica.

Il risultato è un disco interessante, soprattutto perché si pone sull’onda lunga di altri innumerevoli e autorevolissimi precedenti in cui il jazz, l’improvvisazione e la tradizione africana si sono incontrati (da Art Blakey fino al ricco capitolo degli espatriati sudafricani in Inghilterra, passando per gli M’Boom di Max Roach).


In effetti l'africanismo (acceso a tratti da una sorta di primitivismo) è qui un elemento affascinante che fa imboccare all’ascoltatore un percorso dal grande potere affabulatorio. Nel primo brano alle percussioni si aggiungono lentamente una serie di tamburi e piatti. Si inanellano figure ritmiche diverse, ma perfettamente incastrate l’una sull’altra, finché un enorme corpus sonoro non prende definitivamente forma. Il tutto procede tra ampi momenti tambureggianti e improvvisati, silenzi, diafani spazi riflessivi e un rumorismo soffuso, legnoso e selvaggio.

Balafon, piatti e gong tramontano lentamente all’orizzonte infuocato di “Bean Bag”, lasciando spazio alla vista della selva di bacchette e tamburi, mentre una melodia cantata da Lamussene, con l’apporto di kalimba e balafon, ricorda da vicino la grande tradizione popolare maliana in “Big Bertha”. Se “Yasmine” è un'improvvisazione meditativa, in “Bondage” la medesima figura ritmica tenuta per svariati minuti ospita diversi paesaggi percussivi, mentre la linea di collegamento tra jazz e Africa, come sviluppo tematico sui “tempi deboli”, sembra essere la tesi sostenute con “Shweew My Brooh” e “Hit Hat”.

Polirtimi, strutture polimetriche e un principio tutto africano della variazione perpetua conferiscono a questo lavoro una sorta di intangibile rispettabilità, alla ricerca delle origini arcane del ritmo e del tempo.

Gigi Sabelli

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